Appeso
Ciro Palumbo
L’opera costruisce uno spazio sospeso tra realtà e visione, in cui l’elemento quotidiano viene trasfigurato in chiave simbolica. Un pesce, isolato e sollevato al centro della scena, diventa protagonista di una dimensione ambigua e straniante: non più creatura acquatica, ma presenza quasi metafisica, trattenuta in un interno che ne contraddice la natura. L’ambiente, costruito con una prospettiva rigorosa e colori intensi, richiama una teatralità silenziosa. La stanza chiusa, dai toni caldi e saturi, si apre lateralmente su un paesaggio marino, introducendo una tensione tra interno ed esterno, tra costrizione e libertà. In questo dialogo visivo si inserisce la figura del pesce, sospeso e immobilizzato, simbolo di una condizione esistenziale che oscilla tra desiderio di fuga e inevitabile permanenza. Gli oggetti — la sfera e le pietre — accentuano il senso di equilibrio precario, diventando elementi di un lessico poetico essenziale. Come spesso accade nella ricerca di Palumbo, l’immagine non racconta ma suggerisce: ogni dettaglio è carico di una tensione narrativa trattenuta, che invita lo spettatore a interrogarsi sul significato profondo della scena. L’opera si configura così come una meditazione sul limite e sulla possibilità, dove il reale si incrina e lascia emergere una dimensione altra, sospesa tra sogno e consapevolezza.
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