Carrà Carlo


Carlo Dalmazio Carrà nasce a Quargnento nel 1881 e vive una lunga e piena carriera artistica come pittore, illuminata dalla docenza presso l’accademia di Brera dal 1939 al 1951. Muore a Milano nel 1966.

Carrà è figlio di un possidente terriero caduto in disgrazia, ed è nella primissima adolescenza che inizia ad apprendere l’arte del disegno; appena possibile inizia a lavorare di giorno come decoratore murale, a Valenza, e a frequentare poi le Scuole Serali (dal ’04 al ’05 sarà alla Scuola superiore d'Arte applicata all'Industria del Castello Sforzesco.) È proprio come decoratore che nel 1900 si reca a Parigi, durante l’Esposizione Universale, per lavorare su alcuni padiglioni: e qui, al Louvre, viene in contatto con le opere pittoriche di nomi eccezionali come Delacroix, Gèricault, Manet, Renoir, Cézanne, Monet, e Gauguin. Nel 1906, finalmente, entra come allievo di Tallone all’Accademia di Brera, e conosce alcuni dei nomi che domineranno la scena artistica degli anni successivi, primo fra tutti Boccioni. Per sessant’anni, poi, si dedicherà ad un’intensa ricerca artistica, che attraverserà divisionismo, futurismo, metafisica – che contribuirà a fondare insieme a De Chirico – per culminare alla fine in una pittura intima e contemplativa.

L’ARTE DI CARLO CARRÀ
Le fasi riconoscibili nella carriera del Carrà pittore sono essenzialmente quattro, e corrispondono a quattro personali fasi della sua vita.
Dapprima c’è una breve esperienza divisionista, negli anni dell’Accademia di Brera: Carrà sente con forza le pastoie del provincialismo della pittura italiana di quegli anni, e vede nel divisionismo gli sforzi maggiori di emanciparsene.
Ma nel 1909 viene pubblicato il Manifesto del Futurismo, di Marinetti, e per il giovane pittore è un’illuminazione. In quei sei anni nei quali collaborerà al movimento futurista, Carrà forma un sodalizio con Bocciono, Russolo, Severini e Balla, e firmerà sia il Manifesto dei pittori futuristi che il Manifesto tecnico della pittura futurista, entrambi nel 1910. Anche nella sua collaborazione con la rivista Lacerba emergono i concetti fondanti delle sue opere del periodo: la ricerca di un’immagine che fosse sì dinamica, come dettato dal Futurismo, ma insieme in grado di eliminare la gravità dei corpi grazie all’uso dei colori.
Verso la fine della sua partecipazione al Futurismo, nel ’15, in Carrà emerge una pulsione più forte di ricerca di un contatto strutturato con la realtà, istanza che il movimento non può soddisfare. Dopo l’infelice e dolorosissima esperienza bellica, ricoverato in nevrocomio a Ferrara, Carrà incontra nel 1917 De Chirico e Pisis, e da quest’incontro emergono i principi teorici di quella che sarà poi la pittura Metafisica.
Nella sua fase Metafisica, Carrà si libererà ben presto dalle forti influenze dechirichiane, e raggiungerà ancora una volta un’individualità in cui dare maggior peso, rispetto ad altri pittori della corrente, ad un diffuso senso del magico e della poesia. Saranno cinque anni di intensa ed attiva produzione artistica, ma culmineranno ancora in una svolta.
Nel ’22, infatti, l’individualismo di Carrà sfocia nel bisogno irrinunciabile di liberarsi da ogni etichetta ed essere, semplicemente, “se stesso”. Da allora la sua pittura sarà improntata all’immedesimazione con le cose, e all’astrazione, traducendo la contemplazione del paesaggio nella precisa costruzione di un quadro. È questo il Carrà che, negli anni ’40, diverrà insegnante nella stessa Accademia di Brera dove ha mosso i primi passi artistici, avendo fra i suoi allievi nomi come Carpi e Ajmone.

CARLO CARRÀ: MOSTRE E RICONOSCIMENTI PRINCIPALI
Mostra Antologica Palazzo Reale di Milano 1962

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